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Storie di monaci e di fittavoli

Storie di monaci e di fittavoli

Storie di monaci e di fittavoli Fin dall’inizio due furono i beni immobili caratterizzanti l’intera proprietà monastica: la casa dominicale e la terra. La prima nel corso di questi anni venne chiamata in vari modi, e cioè appunto casa dominicale, palazzo, cortei(19). Per tutta l’età veneta funzionò come fulcro dell’intera possessione, immensa casa rurale dotata di tutte le attrezzature per guidare un’azienda agricola di grosse dimensioni, ma anche pronta all’occorrenza ad ospitare l’a bate o altri monaci del cenobio vicentino. E proprio da questa duplice funzione si comprendono i diversi appellativi: l’abitato era il "palazzo" dei monaci se si voleva intendere la parte monastica retta dal gastaldo e frequentata spesso dal padre celleraio; ma ne era anche la "corte" relativamente alla sezione data in affitto ad un abitante locale. Di sicuro, qui viveva di norma il padre celleraio di S. Felice, vale a dire il monaco responsabile della conduzione economica delle proprietà monastiche. Il che conferma una volta di più che i fondi bressanvidesi erano considerati i più importanti, tanto da meritare il controllo diretto del monaco addetto all’approvvigionamento dei suoi confratelli. Ma com’era strutturata questa casa dominicaleii(20)? Aveva una sua parte operativa che veniva data in affitto e che era simile a tutte le altre fattorie rurali della zona; e una seconda sezione di chiara impronta monastica che nel 1689(21) conteneva la camera dell’abate (per quando veniva a fare visita), quella del padre celleraio, la foresteria, la camera del servitore dell’abate, quella del servitore del celleraio, la camera del gastaldo, quella del carrozziere ed il refettorio. All’esterno si poteva vedere il brolo, due orti (quello "grande" della corte e quello "del palazzo", la colombara, la cantina, i magazzini, la teza, la casara, gli staloti per maiali e volatili domestici, le stalle per animali equini e bovini. Quest’ultima doveva essere di grosse dimensioni perché il 9 aprile 1646(22) contava 90 vacche, che nell’occasione furono affidate a Bartolomeo e Paolo Toniolo, che ebbero in affitto anche tutti gli edifici della corte. In quanto alla terra, l’altro bene immobile dei monaci, un documento datato 9 dicembre 1637(23) dice che occupava i quattro quinti del territorio comunale di Bressanvido. Fin dall’inizio venne data in affitto agli abitanti locali in lotti che raramente e solo con famiglie fidate (si veda il caso dei Bettinardi) erano di grosse dimensioni, come anche veniva affittato il beneficio della riscossione della decima. Fu l’abate Anastasio da Cavalmaggiore con la collaborazione del padre celleraio Antonio da Vicenza che, con documento del 4 luglio 1618(24), rivide le modalità di concessione dei fondi. Innanzitutto li divise in dieci grossi appezzamenti, chiamati "possessioni", e poi volle dar loro un nome. Notò infatti che in precedenza si usava chiamare i vari lotti con i nomi della famiglia che li teneva in affitto, un’abitudine che secondo lui era da abbandonare. Molto meglio invece attribuire ad ogni appezzamento il nome di un santo prettamente benedettino, affinché sorvegliasse sulle proprietà e, soprattutto, le salvaguardasse con la sua protezione dalla tempesta, da sempre nemica dei coltivatori. In quel presumibilmente afoso giorno di luglio furono distribuiti i nuovi fondi: la possessione chiamata S. Felice fu affidata a Paolo Morellato, quella di S. Fortunato alla famiglia Zattabella (i parenti di don Michele Zattabella, da un anno parroco di Bressanvido), quella di S. Floriano alla famiglia Antonello, quella dei Santi Innocenti ad Antonio Bettinardi, la S. Gaudenzia a Battista Zilio (vale a dire proprio il notaio redattore dell’a tto), la S. Neofita a Marchioro Betton, la S. Innocenzia a Marco Zilio e fratelli, la S. Cassia a Battista Morellato, la possessione di S. Mauro a Marchioro Ferrarotto e quella di S. Placido a Giomaria Trevisan. Negli anni successivi l’affitto fu con qualche eccezione confermato alle famiglie che ebbero l’onore di iscrivere per prime il loro nome sul registro delle nuove locazioni. Quello che però più conta è rilevare che il monastero non perse l’occasione di prendere i classici due piccioni con una fava: la nuova organizzazione della tenuta con i lotti protetti da santi benedettini da una parte era in qualche modo inserita nel clima controriformistico che portava a convogliare nell’ortodossia cattolica tutte le categorie dell’agire umano; dall’altra definiva con chiarezza gli interlocutori del monastero, che generalmente conducevano in prima persona solo una parte del fondo affidato, dando l’altra ad uno o più subaffittuari. Come dire che a Bressanvido erano molte le famiglie che con varie mansioni e a vari livelli cooperavano per la buona riuscita delle coltivazioni del monastero. In quanto ai fittavoli delle coltivazioni, non è il caso di fare dei nomi: troppo grande il rischio di annoiare con un’iperbolica lista chi finora ha seguito con pazienza il filo del discorso. Basti solo osservare due cose: che essi furono con rare eccezioni sempre abitanti di Bressanvido e di Poianella; e che quasi sempre accettarono senza repliche le condizioni proposte dai monaci(25). Ci soffermiamo invece a considerarne i doveri stabiliti dal contratto di locazione, tra cui individuiamo quello stilato nel 1627(26), sicuramente il più completo nei suoi 21 articoli. Innanzitutto i conduttori erano tenuti a seminare a frumento almeno due terzi del lotto in affitto e a buone granade il rimanente. Dopo averlo zappato e areato durante la crescita, dovevano trasportare al tempo della mietitura il prodotto pulito e legato in covoni nel cortivo del monastero al cospetto dei servitori monastici, cui spettava il compito di controllarlo e di estrarre la parte riservata al fittavolo. Ciò che non veniva seminato a frumento doveva fornire legumi, come fave, fagioli, lenticchie e piselli, oppure grani minuti, quali sorgo, miglio o formenton, o ancora zucche, panizzo e rape. In settembre erano gli agenti del monastero a dare il via alla vendemmia e a riservare allo stesso cenobio la parte migliore delle uve. Negli orti i fittavoli dovevano seminare solo robbe mangiative, cioè aglio, cipolle, verze ed insalate, dando la metà al monastero. Solo il terzo invece doveva essere versato del canevo o lino, purché ben spadolato et gramolato. In quanto alla legna, i conduttori dovevano tagliare i rami superflui delle piante e condurre a loro spese metà del prodotto alla corte monastica. Un discorso a parte si faceva per morari e viti, che andavano per intero ai monaci e che abbisognavano di un’attenzione precipua. La semina era così regolata: i conduttori dovevano seminare a loro spese un campo per boaria (coppia di buoi aggiogati) utilizzando le sementi procurate dagli agenti monastici. Poi, in quanto alla concimazione, gli unici campi a dover essere ingrassati erano quelli coltivati a biade grosse da spiga, come il frumento (evidentemente si puntava fortemente su questa coltura). Per questi lavori era di fondamentale importanza il carro a trazione animale, che i fittavoli dovevano adoperare solo ed esclusivamente in operazioni finalizzate ad apportare beneficio alla possessione. La più importante tra queste era il trasporto di ogni prodotto a Vicenza presso il monastero di S. Felice a dieci miglia di distanza (circa 16 Km), che tutti dovevano svolgere, pena una multa pecuniaria di tre troni per campo in affitto e il licenziamento. I fittavoli non potevano vendere o donare né uva né paglia (tranne quella destinata come loro parte); anzi, quest’ultima doveva essere conservata per la copertura dei tetti degli edifici minori. Erano obbligati a tenersi pronti ad assicurare la manodopera necessaria ogniqualvolta il gastaldo o chi per lui volessero piantare noci o viti; e, a proposito, le nogarete giovani erano da governare et infrascare a loro spese. E non erano questi i soli lavori urgenti. I conduttori infatti dovevano senza alcuna spesa per il monastero anche controllare la profondità di rogge e fossati, scavandone ogni anno la terza parte o addirittura metà, a seconda della particolare importanza del fondo confinante, da proteggere da esecrate alluvioni. Non potevano lavorare fondi altrui e neppure propri senza licenza scritta da parte del gastaldo; e neppure pascolare sui prati degli altri e sui pascoli riservati del monastero. Per ogni boaria, il bravo fittavolo era tenuto a coltivare un campo di veccia e cinque di prato, in modo da avere erba fresca d’estate e fieno d’inverno per i bovini, così utili nei lavori agricoli. Gli agenti del monastero avevano mandato di licenziare in tronco i responsabili di risse o divisioni tra locatari consorziati, che al contrario erano invitati ad essere timorati di Dio, et obedienti al gastaldo del monesterio. E così mentre ai "cattivi" che lasciavano con la coda tra le gambe la possessione si intimava di non portare via nulla per nessun motivo, i "buoni" erano invitati a risiedere nelle case di proprietà monastica con le loro famiglie e gli animali, a mantenere uomini e boarie sufficienti per lavorare, insomma, ad arar, terrazzar, ledamare, scavinar et dilligentemente lavorar dette possessioni, prestando massima attenzione a non causare danni per negligenza, per i quali dovevano considerarsi privati del beneficio. Se in stalla possedevano due boarie, i fittavoli pagavano un’onoranza annua di un’oca a S. Martino, un maiale di 150 libbre o 10 ducati a S. Andrea o a Natale, 4 capponi buoni e grassi nella stessa ricorrenza della nascita di Gesù, 4 galline dalle medesime caratteristiche a Carnevale, cento uova a Pasqua e 4 pollastri buoni da capponare a S. Pietro. Per chi fosse padrone di una sola boaria il fitto veniva dimezzato. Durante il quasi millenario rapporto tra il monastero di S. Felice e la comunità locale sono avvenuti parecchi contrasti tra i monaci e gli abitanti dei nostri due paesi, che tentavano spesso invano di far valere i loro diritti, sia come cittadini privati, sia come membri di un’entità comunale. I contrasti con il comune di Bressanvido dovettero essere per il monastero i più gravosi, perché qui non si trattava più di dimostrare le proprie ragioni nei confronti di una persona singola, o tutt’al più una famiglia: il caso invece si presentava più complesso, perché anche le amministrazioni comunali avevano i loro avvocati a Venezia che si sapevano difendere bene, rendendo nel contempo assai amara per il monastero l’affermazione delle sue prerogative. In tutto questo periodo i rapporti tra comune di Bressanvido e monaci vicentini furono altalenanti: momenti di cordiale collaborazione o comunque di indifferenza reciproca si alternarono ad anni di contrasti più o meno feroci. Puntiamo la nostra attenzione su uno di questi periodi di profondo attrito, il 1637-1640, le cui varie e tribolate fasi convinsero i monaci dell’opportunità di affermare il proprio diritto di possesso con l’iscrizione latina di cui abbiamo fatto riferimento all’inizio della nostra trattazione. In pieno Seicento il comune di Bressanvido non tollerava ormai più i continui impedimenti imposti dai monaci sul diritto di pascolo degli abitanti locali. Gli altri paesi vicini non avevano certo questo problema, perché nella loro area esisteva almeno un lotto destinato a pascolo comune, cui anche i più indigenti si potevano rivolgere per sfamare i loro armenti. E così guidati dal decano Paolo Dalle Armi (un cognome che prometteva battaglia!) i bressanvidesi, giusto per non tirarla per le lunghe, il 9 dicembre 1637(27) inoltrarono una supplica direttamente al doge veneziano, chiarendo bene i motivi della loro insoddisfazione. I quali non erano pochi: il monastero sbagliava non solo ad esigere il pascolo esclusivo dei propri animali, ma anche e soprattutto a pretendere di voler affittare questo diritto di pascolare, cedendolo a pochi eletti e magari anche foresti(28), a scapito della stragrande maggioranza della popolazione. Ragion per cui non poteva portare le proprie bestie a mangiare un po’ d’erba chi non ne pagava l’affitto, neppure nel periodo da S. Gallo alla Madonna di marzo che da tempo immemorabile e in tutto il Vicentino era lasciato a pascolo libero. Il doge affidò il caso alla commissione senatoriale dei Venti Savi, che in un primo momento sembrò dare ragione alle rimostranze del povero comune(29). Ma quando il monastero scoprì le sue carte, il caso fu subito chiaro: l’istituto religioso vicentino aveva tutti i diritti di gestire a suo piacimento il pascolo a Bressanvido in virtù di quella facoltà di pensionatico donatagli dal vescovo Rodolfo assieme agli altri beni bressanvidesi e riconosciuta anche nelle conferme successive. Il Comune di Bressanvido, deluso nelle sue aspettative visto che non era possibile per un abitante locale pascolare senza il placet dei monaci, tentò un’altra strada: vedersi riconosciuto il possesso dei 500 campi di vegra, che sembravano fatti apposta per diventare pascolo comunale. Sappiamo già com’è andata questa vicenda. I monaci dimostrarono, documenti alla mano, il possesso di quel lotto indiviso(30), un possesso che durava la bellezza di 738 anni, e così anche questo contrasto non ebbe storia. Fu così che a scanso di equivoci e di ripensamenti del nostro sfortunato comune, i monaci fecero persino scolpire su pietra nella loro casa dominicale di Bressanvido il testo della sentenza finale che dava ragione al monastero. (19) Da notare che l’appellativo "corte" definiva tutto il complesso monastico compresa la casa, come confermano molti documenti tra Cinquecento e Seicento, che parlano della casa dominicale dei monaci chiamata "la Corte". (20) La maggior parte delle seguenti informazioni sono tratte da una lunga serie di documenti contenuti in una delle buste di S. Felice dell’Archivio di Stato di Vicenza, la cui segnatura è: ASVi, C.R.S., SS. Felice e Fortunato, busta n. 537. (21) Ibidem, busta n. 547, Inventario alla data (22) Ibidem, alla data, Not. Stefano Zilio. (23) Archivio Mezzalira, S.C.B., p. 1, alla data. (24) ASVi, C.R.S., SS. Felice e Fortunato, busta n. 537, alla data, Not. Battista Zilio. (25) A quanto ci risulta solo in un caso, avvenuto il 5 settembre 1632, ci fu contrattazione su un punto. Nell’occasione i fratelli Francesco e Giacomo Ortolan espressero una critica su un punto del contratto, quello che diceva che il fittavolo era tenuto a dare la metà dei prodotti da zappare; dopo una discussione si arrivò all’accordo che stabilì il versamento dei due quinti: vedi ibidem, f. 5r.(26) Ibidem, ff. 1r-3v. Il documento è il V qui riportato in Appendice documentaria. (27) Archivio Mezzalira, S.C.B., pp. 1-2. (28) Per esempio con documento del 15 giugno 1649 fu affittato il diritto del pascolo delle pecore de tutta la villa di Bressanvido ad Andrea Guttini da Enego. Costui aveva l’obbligo di pascolare solamente da S. Gallo alla Madonna di marzo sulle proprietà dei monaci, pagando annualmente 36 ducati, cento libbre di formaggio pecorino e quattro agnelli boni et grassi a Pasqua: vedi ASVi, C.R.S., SS. Felice e Fortunato, busta n. 537, fascicolo 1, f. 83r, alla data, Not. Stefano Zilio. Non aveva invece concluso regolare affitto con i monaci il pastore Battista, sorpreso dal decano di Bressanvido Stefano Bettinardi a pascolare 200 pecore in un lotto arativo di tre campi a Bressanvido in contrada Rovegliara e accusato dell’episodio dai monaci con documento datato 29 gennaio 1583: vedi ibidem, busta n. 567, mazzo, 1, ff. 5r-6v. (29) Il 24 novembre 1638 la commissione deliberò in favore degli uomini del comune di Bressanvido, finalmente liberi di pascolare pecore ed armenti almeno da S. Gallo alla Madonna di marzo, come prescritto dagli Statuti del comune di Vicenza: vedi Archivio Mezzalira, S.C.B., pp. 7-8. (30) Vedi nota 7 e testo corrispondente. Note a cura del Prof. Giordano Dellai Copyright Comune di Bressanvido - Riproduzione vietata
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