"Prove tecniche di insediamento"

Tutti gli indizi raccolti tendono verso un’unica conclusione: la conquista del territorio bressanvidese fu lunga e faticosissima, e si concluse con la vittoria certa dell’uomo sugli elementi naturali ed antropici solo in pieno Quattrocento. Il tutto malgrado una... partenza anticipata, avvenuta verso la fine del IX secolo. Si è già detto infatti che nel 902, dopo cento anni circa di permanenza a Vicenza, i monaci di San Felice ottennero il fondo della Vegra. Il monastero aveva appena subito la razzia dell’esercito ungaro (899) e aveva estremo bisogno di un terreno disponibile che gli assicurasse quanto meno il sostentamento alimentare. Come dire che andava a tutto vantaggio del cenobio vicentino che il territorio di Bressanvido fosse razionalmente coltivato. Eppure sembra difficile che questo abbia potuto succedere nel secolo X, perchè ancora nel 975 il vescovo Rodolfo si preoccupava di aggiungere altre proprietà immobili a San Felice, comprese, come abbiamo visto anche quattro corti a Bressanvido, precisando che la donazione andava intesa come un corroborante contributo ad un monastero così importante per la vita vicentina che ancora non si era risollevato dalle devastazioni barbariche(3). Ecco un indizio forte in mancanza di documentazione diretta e precisa: un monastero che "non sta bene" vuol significare principalmente un suo fondo rurale che non dà quanto dovrebbe. E per quali motivi? Ne azzardo uno: perchè un terreno ricco d’acque come quello di Bressanvido solo con una cura costante e precipua poteva dare buoni frutti. Se anche per uno o due anni consecutivi fosse mancata la premurosa opera del contadino, attento ad estirpare le erbe cattive sempre tese a rubare spazio al terreno coltivato, oppure a costruire argini e sistemare letti a fiumi e torrenti, tanto da renderli capaci di contenere le esecrate brentane, allora un terreno di questo tipo facilmente andava in rovina. Se poi ci si mettevano anche gli Ungari con sistematiche e devastanti irruzioni a distruggere i raccolti, si capisce come quella della conquista del territorio di Bressanvido dovette essere una... falsa partenza.
All’alba dell’XI secolo le cose non sembravano andare meglio. Quando il vescovo vicentino Girolamo confermò nel 1013 al nostro monastero i beni della donazione di Rodolfo, lo definì "giacente semidistrutto"(4) e più tardi nel 1055 la situazione non era ancora tranquilla perchè a Padova, di fronte al cancelliere imperiale Gunterio, Pietro, abate di San Felice, lamentava usurpazioni nei vari possedimenti monastici del territorio(5). Con questo, però, Pietro chiese per sè e per il monastero anche il banno da applicare su alcune proprietà, tra cui quelle di Bressanvido: ora, se nei monaci nasceva il bisogno di incamerare una nuova tassa, vuol dire che finalmente c’era qualcosa che si poteva tassare, il che tradotto in termini più semplici significa che il territorio bressanvidese cominciava a dare qualche frutto, verosimilmente in grazia del terreno arativo destinato ai cereali, sulla cui macinatura andava applicata la tassa della bannalità. E se non costituisce prova certa, tale documento appare come un forte indizio che a Bressanvido nell’XI secolo si coltivavano frumento, sorgo e miglio.
Nel secolo successivo non ci sono documenti che ci possano dare informazioni sull’organizzazione dell’ambiente bressanvidese, se si eccettua quella fonte del 1191, giuntaci in copia secentesca molto lacunosa ed errata, che sancì una convenzione tra Guglielmo abate di San Felice e alcuni uomini che si impegnavano per il futuro ad abitare a Bressanvido e a tenere in affitto le possessioni di San Felice. Un riferimento che, se non altro, ci informa che alla fine del XII secolo almeno nelle intenzioni dei monaci c’era chi si doveva occupare delle coltivazioni bressanvidesi. Lo stesso documento è utile per capire che anche a Bressanvido in quel periodo c’era un castello, che nel 1191 appariva ben funzionante, fornito com’era di un suo fossato. È probabile che esso sia stato allestito già entro la fine del XI secolo, considerando i guai che in precedenza ebbero a passare i monaci di San Felice per le scorrerie degli Ungari (temibilissimi soprattutto in campo aperto, ma battibili dall’alto di una fortificazione) e la presumibile loro volontà di premunirsi e difendere convenientemente le preziose proprietà di Bressanvido. In quanto alla localizzazione, si può ipotizzare l’area dell’attuale fattoria Cogo in via S. Rocco, perchè già fin dall’epoca veneta quel sito si denominò "Castellaro", un termine che generalmente definisce un castello in rovinai(6). Si può disquisire che la fortificazione era lontana dalla "corte" dei monaci, ma evidentemente rispondeva soprattutto ad un esigenza di difesa del centro abitato. Col passare degli anni il castello dovette andare in rovina, perchè non abbiamo più alcuna attestazione che ne dimostri la perfetta funzionalità. Le ragioni saranno state l’incuria o il fatto di essere diventato una cava di pietra per le abitazioni in costruzione dei bressanvidesi. E d’altronde gli Ungari ormai non facevano più paura.
Il Duecento è il secolo di Ezzelino III, e proprio il famoso e famigerato "Tiranno" aveva compreso bene l’estrema importanza di detenere vasti possedimenti terrieri, soprattutto per chi come lui, in procinto di iniziare un’avventura di conquista di tutto il Veneto di terraferma, aveva bisogno di alleati sparsi un po’ dappertutto che portassero ben alta la sua bandiera e si dimostrassero fedeli e grati per essere stati beneficiati di un terreno in concessione. Ebbene, in tutto il territorio bressanvidese Ezzelino non possedeva alcuna proprietà. Perché? Delle due l’una: o il terreno di Bressanvido non era considerato particolarmente fertile dal da Romano che ne disdegnava l’acquisto(7) o più probabilmente era talmente forte la presenza in loco dei benedettini che Ezzelino, notoriamente allergico a chi vestiva un abito talare, desiderava prenderne le dovute distanze.
Della fine di questo secolo, tuttavia, abbiamo un prezioso riferimento che riguarda finalmente Poianella. Il documento, molto lacunoso, porta la data del 5 aprile 1290(8) e attesta la concessione in allodio (una condizione libera da obblighi feudali) di un terreno a Poianella in contrà Carpene. Il fondo era costituito da due campi arativi, dotati di quattro pergole di viti e un circuito di siepi vive e "serviti" da sentieri, corsi d’acqua corrente e fossati. Una prova che alla fine del secolo XIII anche a Poianella si producevano vino e cereali, in un’area già attrezzata per essere lavorata con il miglior profitto.
Evidentemente per un certo periodo Poianella più di Bressanvido si prestò ad essere coltivata, perchè le notizie a nostra disposizione riguardanti questo territorio relativamente al secolo XIV ci informano di tre contratti di affitto, rispettivamente del 1334, 1361 e 1362, che vennero stipulati tra il monastero e alcuni abitanti locali e che interessarono vari appezzamenti in Poianella(9). Ma in generale il secolo non doveva essere dei migliori per i coltivatori dei fondi monastici. I primi venti anni furono molto turbolenti per via delle continue dispute scaligero-carraresi sulla supremazia di Vicenza e del suo territorio. Come se non bastasse, ci mise del suo anche la cosiddetta "peste nera" del 1348 a depauperare di forza lavoro terreni che abbisognavano invece di una costante operazione di bonifica e riduzione a coltura. Un documento del 24 novembre 1350(10) apre uno squarcio nel buio della lontananza temporale: Bartolomeo, economo del monastero di San Felice, resosi conto che a Bressanvido le possessioni e le terre a causa della guerra sono state incendiate, e sono deserte, sterili, vegre, incolte, inabitate e non lavorate e condotte al nulla, decise di dare un taglio al deprimente andazzo nominando nuovi concessionari in grado di ridurre a coltura e produrre più vasti e più abbondanti frutti. Ai tre audaci, che si accollarono il non indifferente compito di risollevare in loco le sorti benedettine, Bartolomeo assegnò tutti i beni del monastero, tranne un lotto boschivo di circa 400 campi sito a Bressanvido presso il bosco di Poianella, oltre ad un’altra area vegra, boschiva e prativa, non ancora pronta quindi per l’arativo, dell’ampiezza di 40 campi e situata sempre a Bressanvido. Questi pionieri del territorio bressanvidese si chiamavano Pietro fu Michele detto Guercio nato a Bolzano ma abitante a Bressanvido, Benvenuto fu Enrichetto detto Taverna da Bertesina e Caffeto fu Antonio da Padova abitante a Vicenza: essi si impegnarono con i religiosi di San Felice il 24 novembre 1350 a lavorare nei successivi sette anni quasi tutte le loro possessioni di Bressanvido per un fitto annuo di 450 lire e un carro di frumento, da portare a Vicenza allo stesso monastero a loro spese, così come avveniva di consuetudine. Ma anche il loro tentativo di definitiva conquista del suolo bressanvidese andò male, portando svantaggi sia ai concessionari che al monastero, che all’inizio della nuova "era" veneziana si sarebbe trovato ancora con l’eterno problema da risolvere delle possessioni di Bressanvido da riorganizzare e migliorare: c’era ancora troppo bosco(11) per poter ambire ad un innalzamento della produzione cerealicola, occorrevano urgentemente forti braccia e caratteri tenaci per riuscire una buona volta a dominare la forza della natura per eccellenza, l’acqua. Nel Quattrocento l’operazione sarebbe andata a buon fine e finalmente si sarebbe cominciato a parlare di vera conquista del territorio da parte del monastero e degli stessi abitanti di Bressanvido.

« pagina precedente


(3) BBV, Archivio Torre, MACCÀ, Codice, pp. 22r-24r. Giova ricordare che gli storici non sembrano aver dubbi sull’autenticità del testo, quanto piuttosto sulla veridicità della data, che alcuni pongono nel 977 e altri, tra cui il Mantese, nel 983: vedi G. MANTESE, Memorie storiche della chiesa vicentina, I, Vicenza 1952, p. XVIII. Il privilegio di Rodolfo viene confermato nel 1013 dal vescovo Girolamo: G. MANTESE - M. DALLA VIA, I Benedettini a Vicenza. Il monastero dei SS. Felice e Fortunato dalle origini alla riforma del secolo XV, in La basilica dei SS. Felice e Fortunato in Vicenza, I, Vicenza 1979, pp. 133-187: 140.

(4) A. GLORIA, Codice diplomatico padovano, I, Venezia 1877-1881, p. 123, doc. 93. L’accenno alle pessime condizioni del monastero potrebbe tuttavia essere dovuto alla distrazione del copista che ripetè nel nuovo privilegio espressioni tolte dal precedente di Rodolfo: vedi anche MANTESE - DALLA VIA, I Benedettini, p. 140.

(5) ASVi, Corporazioni Religiose Soppresse (d’ora in poi C.R.S.), SS. Felice e Fortunato, busta 528a, pergamena 5.

(6) Vedi P. SELLA, Glossario Latino Italiano. Stato della Chiesa. Veneto. Abruzzi, Città del Vaticano 1944, alla voce; A. A. SETTIA, La toponomastica come fonte per la storia del popolamento rurale, in Medioevo rurale. Sulle tracce della civiltà contadina, a cura di V. FUMAGALLI e G. ROSSETTI, Bologna 1980, pp. 35-56: 49. Anche a Schiavon il luogo in cui un tempo sorgeva un castello fatto costruire da Ezzelino si chiamò Castellaro e corrisponde esattamente con l’area dell’attuale cimitero dietro alla chiesa parrocchiale: vedi G. DELLAI, Schiavon e Longa. Storia di due comunità e di un territorio nell’alta pianura vicentina, Vicenza 1994, pp. 39-40.

(7) Non sembra essere questa la causa, tant’è vero che in altri contesti, per esempio a Marostica, Ezzelino possedeva distese intere di bosco e addirittura la cima di un colle, che notoriamente non sono ambienti particolarmente adatti alla coltivazione: vedi G. DELLAI, Marostica e il suo territorio nel Duecento. Società e ambiente a Marostica, Mason, Molvena, Nove e Pianezze secondo il Regestum possessionum comunis Vincencie del 1262, Vicenza 1997, p. 177.

(8) ASVi, C.R.S., SS. Felice e Fortunato, busta 529d, alla data.

(9) Ibidem, busta 525, f. 110r.

(10) ASVi, C.R.S., SS. Felice e Fortunato, busta n. 550, mazzo 2; Appendice documentaria, documento II.

(11) A proposito di bosco, lo storico Mantese osserva che il territorio che andava da Vicenza a S. Pietro in Gù, proprio a ridosso di quello in oggetto, nei primi trecento anni del secondo millennio cristiano era ancora molto boscoso. I mille campi del cosiddetto "bosco della Canonica" (chiamato così perchè fu donato dal vescovo ai canonici della cattedrale di Vicenza) coprivano nel 1269 le aree di Monticello, Lisiera, Lanzè, S. Pietro in Gù e Villalta; la stessa toponomastica sembra suggerire la connotazione ambientale, come dimostrano i nomi di Lisiera (da Luceria, lucus = bosco), S. Pietro in Gù (in Wald = bosco, in lingua germanica) e Valproto (Wald dei Proti): vedi MANTESE, Memorie storiche, I, pp. 152-153.

Note a cura del Prof. Giordano Dellai
Copyright Comune di Bressanvido - Riproduzione vietata