"Tre bergamaschi alla conquista di Bressanvido"
All’alba dell’annessione del territorio vicentino alla repubblica di San Marco,
la realtà insediativa di Bressanvido non era ancora stabilizzata,
malgrado il paese fosse nato ormai da più di mezzo millennio. I primi ad
esserne preoccupati erano i monaci di San Felice, che sapevano bene quale fosse
la potenzialità produttiva di quei fondi ormai lasciati deperire. Fu
così che il 26 ottobre 1405(12) nel monastero vicentino venne
convocata l’assemblea generale dei monaci per adottare una decisione
fondamentale per la vita futura del cenobio. I monaci presero atto che il
cosiddetto "Braidum di San Vito", che conteneva le proprietà site a
Bressanvido, Pozzo, Poianella e Preporcile (un vero e proprio paese un tempo
esistente nell’area di via Caffo), era ancora languente, a causa delle ormai
lontane guerre tra carraresi e scaligeri, che in tutto il Vicentino avevano
provocato molti danni alle colture e mortalità tra la popolazione
locale(13). Da quel momento, malgrado ogni sforzo dei monaci, poi
rivelatosi infruttuoso(14), i beni immobili del monastero versavano in
uno stato pessimo, lasciati incolti, privi di persone che li lavorassero e quasi
perduti irrimediabilmente; e soprattutto la possessione di Bressanvido che
è solita essere fortissimo membro e sostentamento dello stesso
monastero.
Nella sala del capitolo del monastero di San Felice, gli sguardi dei monaci si
incrociavano, dimostrando preoccupazione crescente. Che cosa bisognava fare?
Essi non erano certo in grado di organizzare in prima persona un piano di
recupero delle proprietà bressanvidesi, soprattutto perchè di
fatto il monastero era ancora una volta impoverito e impotente. Bisognava
invece ridurre la possessione in uno stato lavorativo e buono. Fu in quel
momento che a qualcuno venne l’idea vincente. Era necessario dare l’intera
proprietà, che interessava i territori di quattro comuni diversi, ad una
persona fidata. Non più quindi, come si era fatto nel passato, un
abitante del luogo sprovvisto di mezzi o un pigro cittadino poco propenso ad
impegnare uomini e mezzi per ridurre a piena fertilità i terreni. Meglio
mettersi nelle mani di un uomo tutto di un pezzo, magari nobile, affidandogli in
toto il latifondo monastico con un’unica consegna: ridurlo pienamente a coltura.
L’uomo giusto fu trovato nella persona del nobile di Milano Giovannino fu
Belletto da Valle, abitante a Vicenza, presente alla stipula dell’atto, che
scelse come suo fattore Bartolomeo fu Antonio Calderari. Non si perse tempo:
l’abate Alerano da Savona investì l’ex milanese del beneficio mettendogli
l’anello al dito, segno del patto che si stabiliva tra i due contraenti. Egli
avrebbe dovuto migliorare la possessione nella sua interezza, con particolare
riguardo per l’area boschiva, da mantenere attiva piantando ogni uno o due anni
12 querce per campo. Per le prime spese Giovannino avrebbe avuto a disposizione
la somma di 200 ducati. In quanto al versamento dovuto per l’affitto di beni,
diritti e decima che i monaci possedevano su quei territori, essi si
accontentavano della cifra poco più che simbolica di 55 ducati per l’anno
successivo e 110 per quelli seguenti. Il tutto per nove anni, dopo i quali ci si
sarebbe incontrati tutti nel monastero a tirare le somme dell’accaduto.
Chissà se questo incontro successivo avvenne realmente. Forse no,
perchè gli indizi in nostro possesso ci danno indicazioni diverse. La
storia successiva della possessione monastica e, indirettamente, della genesi
insediativa di Bressanvido e Poianella va desunta in un verbale del 12 agosto
1479(15). Da questo documento apprendiamo che il comune di Bressanvido
era in lite con il monastero di San Felice, perchè quest’ultimo
desiderava un aumento della quota dell’affitto che la comunità era tenuta
a versare. La quale, a giustificare il suo netto rifiuto, si era preoccupata di
fornire dei dati per lei incontrovertibili: gli uomini di Bressanvido
conducevano da 60-70 anni le proprietà monastiche; in questi anni a
Bressanvido furono edificate dalle fondamenta molte case di muro e di paglia,
con il coperto di coppo, di grande valore e prezzo; la stessa chiesa del paese
fu costruita da questi valorosi uomini; erano stati loro a ridurre il paese dal
nulla alla coltura e alla massima utilità, mentre prima nel villaggio non
c’era alcunchè di utile a produrre cereali e vini. Come dire che se nel
1479 la possessione valeva di più rispetto al passato, questo si doveva
esclusivamente alla indefessa disponibilità al lavoro e alla solidale
opera di ricostruzione dei bressanvidesi.
A comprovare o smentire le affermazioni degli uomini di Bressanvido, il
monastero di San Felice chiamò alcuni anziani abitanti della zona,
affinchè fungessero da testimonio. Si presentarono nell’ordine Francesco
Ferrari da Sandrigo, Antonio Comello, Benvenuto di Domenica detto Vescovo da
Sandrigo, Gherardo fu Zallone da Sandrigo e Gregorio fu Nicolò della
Contina. Ce li immaginiamo, questi anziani testimoni, dalla calvizie incipiente
e dalla barba candida, forse un po’ intimoriti per lo sguardo inquisitorio del
monaco rogante e tutti compresi nello sforzo di ricordare. Dalle loro parole si
apre uno scenario finalmente chiaro e completo sui protagonisti e le
modalità dell’insediamento a Bressanvido, la cui ricostruzione delle fasi
essenziali ci è possibile fin dall’inizio di quel XV secolo.
Alcuni anni dopo il citato passaggio del 1413 degli Ungari, che anche qui
apportarono il loro strascico di desolazione e di morte, presumibilmente verso
il 1420(16) giunsero a Bressanvido tre uomini provenienti da Gandino,
presso Bergamo(17): Bettinardo, Bettone e Bariza(18). Al tempo del
loro arrivo, il paese era di fatto spopolato: il passaggio degli Ungari aveva
inferto l’ultima mazzata ad una realtà abitativa già precaria,
tanto che si contavano ormai solo due o tre capanne di paglia per tutto il
territorio comunale. Nessuna coltivazione veniva più praticata, c’era
solo qualcuno che portava ancora a pascolare i suoi armenti, cercando di
sfruttare i prati, la vegra ed i boschi ormai lasciati all’incuria. Dai vicini
centri di Lupia e di Sandrigo si commentava con una punta di amarezza la fine
ormai imminente del paese di Bressanvido. Davanti ad un tale spettacolo, i
nostri tre coloni ebbero il merito di non abbattersi e credere fino in fondo ad
una rinascita del paese, che avrebbe giovato anche alle loro tasche. Attorno al
1430 essi cominciarono a costruire case in muratura con tetti di coppo, si
misero a ridurre a cultura terreni ormai abbandonati o ridotti a palude, si
attrezzarono per la difesa del paese innalzando una mota artificiale, fecero
venire la voglia a più di qualcuno di venire ad abitare a Bressanvido.
Verso la metà del secolo finalmente la comunità decise di erigere
una chiesa (probabilmente la precedente era ormai diroccata o completamente
distrutta), con le pareti in solida muratura, col tetto di coppo e la casa
canonica a fianco col solaio, l’aia e il brolo. Insomma, nel giro di una ventina
d’anni il paese appariva rinato, per cui, a detta dei testimoni, quella
possessione monastica che prima poteva valere 2000 ducati, dopo l’opera dei tre
ex bergamaschi ne valeva cinque volte tanto. Non so, concludeva il
sessantenne Benvenuto da Sandrigo, se sono stati trovati altri uomini che
hanno dato utilità, quanta ne diedero quelli citati di Bressanvido.
Sappiamo che il monastero non si fece incantare da queste belle parole,
continuando nella sua azione di rivalsa a discapito della comunità
bressanvidese, accusata di non corrispondere secondo quello che era il nuovo
valore della terra di Bressanvido, che - si badi bene - era stata portata
proprio dai nuovi coloni a questo plusvalore. La questione avrebbe avuto una
salomonica conclusione dieci anni più tardi, mediante l’equilibrata
azione del nuovo decano Nascimbene dal Toso. Ai nostri fini attuali invece conta
di più essere venuti a conoscenza di come avvenne la definitiva conquista
del territorio locale, che in sintesi si deve principalmente a tre coraggiosi
coloni bergamaschi, tra cui Bettinardo, capostipite della famiglia ancor oggi
abitante a Bressanvido.
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(12) ASVi, C.R.S., SS. Felice e Fortunato, busta n. 550, mazzo 3, Not. Girolamo
fu Andrea da Pusterla.
(13) Vedi ibidem il seguente brano del documento: ...propter guerras multas et
longas mortalitates hominum que ante multo tempore citra viguerunt in Vicentino
districtu...
(14) Da intendere in questo senso anche l’investitura già citata del
1350: vedi nota 113 e testo corrispondente.
(15) Archivio Mezzalira, Stampa del Commune di Bressanvito (d’ora in poi
S.C.B.), pp. 8-12.
(16) A suggerire questa datazione è anche un documento datato 1 ottobre
1463, che tra l’altro attesta che i due bressanvidesi Zampietro Rosso e
Baldassarre di Bettone vivevano a Bressanvido "da 40 anni e più": vedi
ACV, Stato delle Chiese, busta 32 (Bressanvido), alla data; ASVi, C.R.S., SS.
Felice e Fortunato, busta n. 525, Allegato all’Indice degli atti del monastero
(doc. a stampa), pp. 12-13.
(17) L’origine bergamasca dei tre coloni è comprovata anche in un altro
documento del primo dicembre 1444, in cui si attesta una vendita per 14 ducati
di Nicolò fu Clavello da Sandrigo (forse il capostipite della famiglia
Clavello, tuttora presente a Sandrigo) a uno dei tre, precisamente Bettone fu
Marco da Bergamo abitante a Bressanvido. Si tratta di un lotto di tre quarti di
campo sito a Sandrigo in contrà del Molino di Laba o della Colomba. Tra i
confinanti i conti Trissino e i monaci di San Felice. Vedi ibidem, busta n. 551,
alla data. Infine nello stesso documento sito in Archivio Mezzalira, S.C.B. a p.
15 gli amministratori di Bressanvido in una supplica inoltrata a Venezia
nominano i loro progenitori bergamaschi.
(18) A dire la verità la versione settecentesca del documento del 1479
definisce così i nomi dei "rifondatori" di Bressanvido, aggiungendo con
macroscopico errore che in tutto sono tre: Bettinus, Doncus, Bettonus et Barca.
A mio parere si devono all’insipienza del copista i gravi sbagli di lettura, per
cui Bettinus Doncus si intendano Bettinardus e Barca vada letto Bariza. In
questo modo si risolverebbero parecchie questioni: dell’enigmatico nome Doncus,
del numero effettivo dei coloni, delle attestazioni contemporanee che
testificano a più riprese Bariza e Bettinardo e mai "Donco" e "Barca". Il
loro nome funse da cognome alla loro discendenza. La famiglia dei Bariza fu
presente a Bressanvido fino al Cinquecento, mentre i Betton dimoravano da queste
parti ancora nel Settecento. Diverso è il caso dei Bettinardi che
compongono ancora oggi una delle famiglie più numerose del territorio
comunale.
Note a cura del Prof. Giordano Dellai
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